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Avevo letto nella storia della corsa che Artidoro Berti, olimpionico nella maratona di Helsinki 1952 e, di fatto, ideatore della gara, aveva 48 anni quando nel 1968 decise di andare da solo di corsa da Pistoia all’Abetone con il grande Zeno Colò ad aspettarlo in piazza delle Piramidi. La mia età coincideva perfettamente, potevo provare da 48enne come lui a raggiungere l’Abetone, anche se non sarebbe stata la mia prima esperienza, bensì la terza. Questa gara inimitabile è, senza ombra di dubbio, la più affascinante alla quale ho partecipato in 35 anni di carriera agonistica che è iniziata nel 1974 con l’atletica nella specialità della marcia, per proseguire dal 1982 con la corsa amatoriale. É stato nel 1983 che ho assaggiato per la prima volta l’asprezza del percorso, e purtroppo anche a causa dell’inesperienza fui costretto alla resa al 48° km quando ero in 11ª posizione. Promisi a me stesso di ritentare, dovevo riuscire ad arrivare. L’occasione si ripresentò nel 1989. Allora si correvala prima domenica di luglio e il percorso era di 53 km. Mi schierai al via in ottime condizioni, dopotre mesi di intensa preparazione con oltre 1200 km percorsi. Memore della “cotta” presa sei anni prima iniziai con molta cautela, e col passare dei chilometri mi resi conto di stare benissimo. Alla Lima fui contato in 25ª posizione, la calura era feroce, ma da lì iniziarono ad accadere cose incredibili, che, da atleta di medio livello, non avevo neanche immaginato, infatti ero partito senza pormi problemi di tempo e posizione, solo per giungere al traguardo. Il drappello dei favoriti era nutrito con specialisti italiani del gran fondo e un gruppo di stranieri accreditati di ottimi tempi sulla maratona. Poco prima del bivio per Cutigliano ero già risalito in 11ª posizione, a Ponte Sestaione ero 8°. Gli amici vedendomi ben piazzato iniziarono a seguirmi. Si formò un drappello di moto al seguito che mi diede ancora più morale. Sentivo gli incitamenti, i clacson, macinavo i tornanti di Pian dei Sisi e Pianosinatico raggiungendo concorrenti molto più forti di me ma in difficoltà. A 7 km dall’arrivo ero salito in 4ª posizione, mi dicevano che stavo avvicinandomi al terzo; ma il conto questa gara te lo presenta sempre, e mi arrivò poco prima delle Regine. Avevo esaurito l’energia, calai vistosamente il ritmo e percorsi gli ultimi 3 km a 6’ al km, così fui raggiunto e superato da un atleta slavo che mi diede in soli 3 km 2 minuti. L’Abetone però era ormai lì, entrai sulla dirittura d’arrivo con un’altra sorpresa, fui annunciato come primo italiano. Mi sedetti sullo scalino del piazzale dietro l’arrivo, mi pareva di avere due cani che mi azzannavano entrambe le cosce, ma ero incredulo per quanto era accaduto sulla salita finale. Poi la premiazione e l’intervista nella quale dichiarai:“Tutti coloro che raggiungono l’Abetone è come avessero vinto”. Ne ero sicuro allora e lo sono ancora oggi che sto per riprovare a distanza di vent’anni. Entro nella griglia di partenza e penso: “Cosa ci faccio qui. Legambe non sono più quelle.” Poi il via! Mi sforzo di concentrarmi sul modo di correre che deve essere il più risparmioso possibile. A seguirmi ho coinvolto tutta la famiglia, mi aspettano oltre Le Piastre: mio cognato alla guida, moglie e figli che mi fanno assistenza. Anche vent’anni prima era stato così, con i miei genitori e l’allora fidanzata che ritrovo oggi dietro ogni curva a chiedermi se ho bisogno di qualcosa. Chissà se mio padre, che era anche il mio primo tifoso, sta aiutandomi da lassù ad arrivare, mentre mia madre, che è rimasta molto appassionata di podismo, chiama ogni tanto per sentire a che punto sono. Passano i chilometri, trovo sia sempre una gara fantastica, correrla ti dà delle emozioni uniche. Rispetto a vent’anni prima è tanto cresciuta con un’organizzazione eccezionale. Gestire 50 km di percorso con tre traguardi non è facile. Tanti rifornimenti,tante società e paesi coinvolti, un tracciato rinnovato con la chiusura al traffico della salita delle Piastre e alcune varianti nella parte centrale, che evitano le strade più transitate. Insomma bravi davvero! Ritorno a concentrarmi sulla corsa, alla Lima sono 33 km, fin qui è andata bene, ma so già che sarà molto diverso rispetto all’89, il conto arriverà e sarà salato. Passano altri 2 km, inizio ad essere stanco e le gambe a farmi male. A Ponte Sestaione dopo il 38° km non riesco più a correre, sono costretto a camminare. Mancano ancora 12 km e inizia anche a fare caldo. Molti amici podisti mi incitano a proseguire, cerco di farlo, ma sta diventando dura e i chilometri non passano mai. A Pianosinatico, alzo gli occhi e vedo i tornanti che sembrano in cielo, il sole picchia sulla testa, non riesco nemmeno a camminare svelto. Arranco nella cieca ricerca di qualcosa che possa alleviare il malessere fisico, ho fame. Mi portano una banana, la mangio con calma camminando, sono certo che se mi fermo non riparto più. Mio figlio mi passa una bottiglia d’acqua, mi prende in giro perché non ho la coordinazione per richiuderla, provo a ripartire ma niente da fare, il mal di gambe non me lo permette. Vado alla ricerca di ogni pezzo d’ombra disponibile e cerco di non pensare a quanto manca; 42… 43… 44… ma c’è qualcuno che li sposta questi cartelli? Transito al 45° km nel punto esatto dove 26 anni prima mi sono ritirato. La tentazione di farlo ancora è forte. Il fisico mi ha abbandonato da parecchi chilometri, ma la testa no! Devo proseguire, so che poco oltre la salita si addolcisce. Al 46° km riesco a ripartire pian piano, senza fermarmi ancora. 47… 48… 49…, all’ultimo chilometro ho un groppo alla gola, ma cosa mi prende? Sono emozionato, eppure di battaglie ne ho fatte tante, ma lo sono veramente, mi viene quasi da piangere. Forse è l’effetto della fatica, forse i ricordi che riaffiorano, forse la consapevolezza di avercela fatta e di passare il traguardo con la canottiera di una società che mi ha dato tantissimo. Il rettilineo finale, l’annuncio dello speaker: “Ecco sta arrivando il numero 143, Grassi Andrea dell’U.P. Isolotto.” Non importa il tempo, non importa la posizione. È finita! Una grande soddisfazione che auguro di poter provare a tutti coloro che amano la corsa. Dietro l’arrivo, finalmente posso sedermi sul solito scalino che mi stava aspettando da vent’anni. All’Abetone vent’anni dopo. Una piccola storia per rendere omaggio a una grande manifestazionedi Andrea Grassi
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